'Tofano beffato dalla moglie'

Il re, come la novella d’Elissa sentì aver fine, così senza indugio verso la Lauretta rivolto le dimostrò che gli piacea che ella dicesse; per che essa, senza stare, così cominciò:

-          O Amore, chenti e quali sono le tue forze, chenti i consigli e chenti gli avvenimenti! Qual filosofo, qual artista avrebbe mai potuto o potrebbe mostrare quegli accorgimenti, quegli avvedimenti, quegli dimostramenti che fai tu subitamente a chi seguita le tue orme? Certo la dottrina di qualunque altro è tarda a rispetto della tua, sì come assai bene comprender si può nelle cose davanti mostrate;alle quali, amorose donne, io una n’agiugnerò d’una semplicetta donna adoperata, tale che io non so chi altri se l’avesse potuta mostrare che Amore.

-          Fu adunque già in Arezzo un ricco uomo, il qual fu Tofano nominato. A costui fu data per moglie una bellissima donna, il cui nome fu monna Ghita, della quale egli senza saper perché prestamente divenne geloso,di che la donna avvedendosi prese sdegno; e più volte avendolo della cagione della gelosia addomandato né egli alcuna avendone saputa assegnare se non co tali generali e cattive, cadde nell’animo alla donna di farlo morire del male del quale senza cagione aveva paura. E essendosi avveduta che un giovane, secondo il suo giudicio molto da bene, la vagheggiava, discretamente con lui s’incominciò a intendere; e essendo già tra lui e lei tanto le cose innanzi, che altro che dare effetto con opera alle parole non vi mancava, pensò la donna similmente modo a questo. E avendo già tra’ costumi cattivi del suo marito conosciuto lui dilettarsi di bere, non solamente gliele cominciò a commendare ma artatamente a sollecitarlo a ciò molto spesso. E tanto ciò prese per uso, che quasi ogni volta che a grado l’era infino allo inebriarsi bevendo il conducea; e quando bene ebbro il vedea, messolo a dormire, primieramente col suo amante si ritrovò, e poi sicuramente più volte di ritrovarsi con lui continuò, e tanto di fidanza nella costui ebbrezza prese, che non solamente avea preso ardire di menarsi il suo amante in casa, ma ella talvolta gran parte della notte s’andava con lui a dimorare alla sua, la qual di quivi non era guari lontana. E in questa maniera la innamorata donna continuando, avvenne che il doloroso marito si venne accorgendo che ella, nel confortare lui a bere, non bevevo per ciò essa mai; di che egli prese sospetto non così fosse come era, cioè che la donna lui inebriasse per poter poi fare il piacer suo mentre egli addormentato fosse. E volendo di questo, se così fosse, far prova, senza aver il dì bevuto, una sera mostrandosi il più ebbro uomo e nel parlare e ne’ modi, che fosse mai, il che la donna credendo né estimando che più bere gli bisognasse a ben dormire, il mise prestamente. E fatto ciò, secondo che alcuna volta era usata di fare, uscita di casa, alla casa del suo amante se n’andò e quivi fino alla mezzanotte dimorò.

-          Tofano, come la donna non vi sentì, così si levò e andatosene alla sua porta quella serrò dentro e posesi alle finestre, acciò che tornare vedesse la donna e le facesse manifesto che egli si fosse accorto delle maniere sue; e tanto stette che la donna tornò, la quale, tornando a casa e trovatasi serrata di fuori, fu oltre modo dolente e cominciò a tentare se per forza potesse l’uscio aprire. Il che poi che Tofano alquanto ebbe sofferto, disse: Donna, tu ti fatichi invano, per ciò che qua entro non potrai tu tornare. Va tornati là dove infino a ora se’ stata: e abbi per certo che tu non ci tornerai mai infino a tanto che io di questa cosa, in presenza de’ parenti tuoi e de’ vicini, te n’avrò fatto quello onore che ti si conviene.

-          La donna lo ‘ncominciò a pregar per l’amor di Dio che piacer gli dovesse d’aprirle, per ciò che ella non veniva donde s’avvisava ma da vegghiare con una sua vicina, per ciò che le notti eran grandi e ella nolle poteva dormir tutte né sola in casa vegghiare. Li prieghi non giovavano alcuna cosa, per ciò che quella bestia era pur disposto a volere che tutti gli aretin sapessero la lor vergogna, là dove niun la sapeva.

-          La donna, veggendo che il pregar non le valeva, ricorse al minacciare e disse: Se tu non m’apri, io ti farò il più tristo uom che viva.

-          A cui Tofano rispose: E che mi puoi tu fare?

-          La donna, alla quale Amore aveva già aguzzato co’ suoi consigli lo ‘ngegno, rispose:-Innanzi che io voglia sofferire la vergogna che tu mi vuoi fare ricevere a torto, io mi gitterò in questo pozzo che qui è vicino: nel quale poi essendo trovata morta, niuna persona sarà che creda che altri che tu per ebrezza mi v’abbia gittata; e così o ti converrà fuggire e perder ciò che tu hai e essere in bando, o converrà che ti sia tagliata la testa si come a micidial di me che tu veramente sarai stato.

Il re, come la novella d’Elissa sentì aver fine, così senza indugio verso la Lauretta rivolto le dimostrò che gli piacea che ella dicesse; per che essa, senza stare, così cominciò:

-          O Amore, chenti e quali sono le tue forze, chenti i consigli e chenti gli avvenimenti! Qual filosofo, qual artista avrebbe mai potuto o potrebbe mostrare quegli accorgimenti, quegli avvedimenti, quegli dimostramenti che fai tu subitamente a chi seguita le tue orme? Certo la dottrina di qualunque altro è tarda a rispetto della tua, sì come assai bene comprender si può nelle cose davanti mostrate;alle quali, amorose donne, io una n’agiugnerò d’una semplicetta donna adoperata, tale che io non so chi altri se l’avesse potuta mostrare che Amore.

-          Fu adunque già in Arezzo un ricco uomo, il qual fu Tofano nominato. A costui fu data per moglie una bellissima donna, il cui nome fu monna Ghita, della quale egli senza saper perché prestamente divenne geloso,di che la donna avvedendosi prese sdegno; e più volte avendolo della cagione della gelosia addomandato né egli alcuna avendone saputa assegnare se non co tali generali e cattive, cadde nell’animo alla donna di farlo morire del male del quale senza cagione aveva paura. E essendosi avveduta che un giovane, secondo il suo giudicio molto da bene, la vagheggiava, discretamente con lui s’incominciò a intendere; e essendo già tra lui e lei tanto le cose innanzi, che altro che dare effetto con opera alle parole non vi mancava, pensò la donna similmente modo a questo. E avendo già tra’ costumi cattivi del suo marito conosciuto lui dilettarsi di bere, non solamente gliele cominciò a commendare ma artatamente a sollecitarlo a ciò molto spesso. E tanto ciò prese per uso, che quasi ogni volta che a grado l’era infino allo inebriarsi bevendo il conducea; e quando bene ebbro il vedea, messolo a dormire, primieramente col suo amante si ritrovò, e poi sicuramente più volte di ritrovarsi con lui continuò, e tanto di fidanza nella costui ebbrezza prese, che non solamente avea preso ardire di menarsi il suo amante in casa, ma ella talvolta gran parte della notte s’andava con lui a dimorare alla sua, la qual di quivi non era guari lontana. E in questa maniera la innamorata donna continuando, avvenne che il doloroso marito si venne accorgendo che ella, nel confortare lui a bere, non bevevo per ciò essa mai; di che egli prese sospetto non così fosse come era, cioè che la donna lui inebriasse per poter poi fare il piacer suo mentre egli addormentato fosse. E volendo di questo, se così fosse, far prova, senza aver il dì bevuto, una sera mostrandosi il più ebbro uomo e nel parlare e ne’ modi, che fosse mai, il che la donna credendo né estimando che più bere gli bisognasse a ben dormire, il mise prestamente. E fatto ciò, secondo che alcuna volta era usata di fare, uscita di casa, alla casa del suo amante se n’andò e quivi fino alla mezzanotte dimorò.

-          Tofano, come la donna non vi sentì, così si levò e andatosene alla sua porta quella serrò dentro e posesi alle finestre, acciò che tornare vedesse la donna e le facesse manifesto che egli si fosse accorto delle maniere sue;